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Dal diario di un ex-maschiaccio mercoledì 10 marzo 2010
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DAL DIARIO DI UN EX-MASCHIACCIO
di Giuliana Dea

 

 

Pare che in un periodo della mia vita, di cui è difficile stabilire l’inizio e la fine, abbia anch’io “sofferto” di adolescenza. La notizia, di per sé, non è particolarmente rilevante: chi, prima o dopo, non è stato adolescente?

 

A tal proposito, ricordo orde di mie coetanee che, intorno ai 13-14 anni, compivano i primi passi verso le più classiche “tecniche di femminilità”, dagli esperimenti col trucco, alle sforbiciate per ottenere il taglio di capelli all’ultima moda, fino all’abbigliamento composto da  pantaloni, camicie, giacche e gonne definibili in qualsiasi modo fuorché comodi. Per non parlare di quegli “strani affari” che nell’ambiente della moda si ostinano a definire tacchi ma, raggiunta la soglia limite dei 13 centimetri, possono essere paragonati ad uno strumento di tortura capace di far impallidire la Vergine di Norimberga…

 

Inutile sottolineare che per un maschiaccio come me - a sedici anni mi sentivo come finita per sbaglio nel corpo di una ragazza - tutta la questione intorno alla femminilità altro non  fu che un incubo molto, molto lungo.

Complici le lenti bifocali e i denti storti, per anni ho mantenuto il fermo proposito di non indossare mai nulla che potesse anche lontanamente farmi somigliare a una donna.

Tanto per rendere l’idea: pantaloni sempre troppo lunghi - meglio se con il risvolto -,  maglioni ereditati direttamente da mio fratello, camicie scozzesi (quelle da boscaiolo, a quadrettoni) di due o più taglie superiori alla mia eterna 42, magliette rigorosamente di lunghezza oltre il fondoschiena e larghezza dalla M in su.

Poi, di truccarmi non ne volevo nemmeno sentir parlare, e ogni tentativo da parte delle mie amiche per cercare di convincermi, era destinato al fallimento.

 

Emblematico fu un capodanno in montagna dove, ad un paio d’ore dalla festa, mentre tutte si stavano vestendo - o meglio infighettando con abitini neri, collant di ogni spessore, camicie aderenti, accessori sberluccicanti, e persino qualche giarrettiera destinata a non essere vista da nessuno - io ero impegnata in una fuga.

Breve precisazione: avevamo 16 anni e il capodanno era organizzato da una parrocchia… Quindi, nel caso in cui conosciate qualche ragazza cattolica e praticante che a quell’età abbia candidamente confessato di aver mostrato al suo ragazzo - probabilmente il futuro sposo - la sua giarrettiera, fatemelo sapere, perché a quel punto dovrei rivedere alcune considerazione sui frequentatori di oratori della mia generazione…

 

Tornando alla fuga, un paio di ragazze poco più grandi di me, mi inseguivano per tutta la stanza armate di ombretto e fard. Non avevo la minima intenzione di soccombere ma purtroppo, quella volta, persi la battaglia. Mi ritrovai con il viso impiastricciato di cosmetici… Forse usarono persino il rimmel!

Con il senno di poi devo ammettere che il trucco non era poi così marcato. Per fortuna le mie amiche si erano dimostrate abbastanza sobrie – e clementi - da non scegliere colori che facessero a pugni con la mia carnagione. In quel momento, però, non esistevano attenuanti: mi sentivo pronta per partecipare ad un veglione di carnevale.

 

Per anni, infatti, sono stata legata a questa sgradevole sensazione: vestirmi da donna per me equivaleva a mascherarmi.

Non riuscivo a concepire la mia immagine con una gonna o un paio di collant. E qua vorrei sottolineare la riconosciuta, e da tutte condivisa scomodità insita nei collant. Per non parlare del freddo perenne che mi perseguita da sempre, convincendomi a non uscire di casa a gambe scoperte quando ci sono meno di dieci gradi.

Insomma, l’idea di indossare qualcosa di troppo femminile mi faceva soffocare. E poi agghindata con gonnellina e scarpa taccata come avrei potuto esprimere quello che mi riusciva meglio ed essere davvero me stessa, cioè il maschiaccio capace di dire quello che voleva senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze?

Avevo l’impressione che, con un “travestimento da donna”, sarebbe stato impossibile fare “tutto ciò che mi pareva e mi piaceva”!

 

Poi il tempo è passato, e si sono moltiplicate le situazioni in cui non solo era auspicabile, ma persino necessario, “mascherarsi da donna”. Il cambiamento, comunque, non è stato immediato. Anzi si è trattato di un processo esageratamente lento, considerato il fatto che sino a 23 anni - complice anche un apparecchio fisso messo con estremo ritardo - la sola idea di indossare una maglietta aderente si trasformava in incubo. Ma alla fine il mio guardaroba si è dovuto adeguare: le camicie si sono accorciate, i maglioni ristretti, i pantaloni hanno perso il risvolto, e ho ceduto persino all’acquisto di un paio di scarpe col tacco. In ogni caso, mai più di tre centimetri!

Sono arrivata addirittura all’uso centellinato del fondotinta. Il colore doveva essere praticamente identico a quello della mia carnagione, ma si trattava pur sempre di fondotinta!

 

Finalmente la sensazione legata al “travestimento da donna” è stata soppiantata da un più sano desiderio di sentirmi me stessa, senza dover testardamente ostentare, alla minima occasione, il maschiaccio che mi portavo dentro, e che tuttora percepisco quando mi sveglio la mattina.

 

Non ho mai capito come tutto ciò sia accaduto. Non ricordo una data precisa. Non riesco a risalire ad un incidente scatenante e non credo ci sia stato un evento in particolare che abbia innescato questo meccanismo di normalizzazione. O forse, a pensarci bene, quello c’è stato: non ne sono sicura, ma forse il processo ha avuto inizio nel momento in cui il dentista mi tolse l’apparecchio fisso, decretando che più dritti di così, i miei denti, non lo sarebbero mai diventati.

E chissà, quell’apparecchio potrebbe non essersi limitato a raddrizzare solo i denti…

 

Oramai, dopo tanto tempo, l’idea di indossare gonna e collant - persino in inverno, anche se di rado…-, non è più così terribile.

Anzi, è diventato talmente automatico svegliarmi la mattina e decidere di indossare gonna o pantaloni in base al mio umore – e non più angosciata dall’idea del travestimento - che adesso, con questa mise, mi concedo di accavallare le gambe o accenno una corsa per inseguire l’autobus, senza sentirmi più fuori luogo o attanagliata dal timore di inciampare cascando rovinosamente a terra… (Meglio comunque stare sempre all’occhio: anche gli apparentemente innocui tacchetti da tre centimetri, possono rivelarsi molto pericolosi!)

 

E soprattutto ho acquisito un’importante ed edificante consapevolezza: quando ho le ginocchia scoperte e le calze velate, mandare a quel paese qualcuno mi procura una soddisfazione che con addosso i pantaloni non ero mai riuscita provare!

         



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